stARTers
stARTers è un progetto culturale bolognese che lavora nell’ambito dell’arte contemporanea.
Il nostro obiettivo è aiutare l’arte e lo spettatore a comunicare, tramite una diversa misura della relazione arte-artista, artista-pubblico, pubblico-società. Ci preme far capire che l’arte è ancora viva, e si rivolge ad ogni individuo della società, piuttosto che ad un’elite che alla critica affida persino il proprio gusto estetico.
Che vantaggio trae il suddetto spettatore elitario, nel contemplare interminabilmente un’opera, sguardo vuoto, banalmente attenendosi al galateo del frequentatore di mostre? E che messaggio ricava uno spettatore, quando entra a contatto con un oggetto il cui significato è distribuito tra l’oggetto stesso, le circostanze della sua creazione ed un simbolismo spesso arbitrario e intenzionalmente criptico?
Noi preferiamo spettatori che osino leggere in modo più personale l’opera, anche se soltanto emotivamente, e prediligiamo opere meno subordinate ai modi del “mondo dell’arte”.
Siamo stanchi di sentire che l’arte contemporanea non si capisce; pretendiamo una “democrazia artistica” che garantisca a tutti perlomeno un primo livello di lettura.
La nostra vuole essere un’operazione anche didattica; non pretendiamo di insegnare a capire l’arte, ma perlomeno di abituare le persone a questa, di creare delle coscienze critiche e di fare in modo che l’esperienza dell’arte contemporanea diventi un’esperienza che si abbia voglia di ripetere.
Non vogliamo essere il contenitore di un’arte di livello più basso, che sia accessibile a tutti; il nostro fine ultimo è quello di costruire, insieme agli artisti ed agli spettatori, un contesto in cui sia possibile una vera comunicazione artistica, un precedente di dialogo che inauguri una nuova era: quella in cui l’arte non è destinata ai collezionisti, ma alle persone.
L’arte tra ieri e domani
La natura dell’arte di adesso è quantomeno ambigua: nessuno oggi con certezza può dire cosa sia arte, o, ciò che più conta, cosa non sia arte. La parte più corposa dell’arte del secolo scorso potrebbe addirittura essere interpretata come un grande dibattito visivo su “che cos’è l’arte”. Da questo punto in poi non si può più sostenere con certezza quali siano i caratteri che trasfigurano un qualsiasi oggetto o operazione in un’opera d’arte.
Parametri tradizionalmente accettati come la perizia esecutiva, l’armonia formale, la verosimiglianza, la bellezza, sono stati resi desueti delle avanguardie del primo ’900 e non accennano a recuperare terreno. La produzione artistica si è in gran parte incentrata sull’inserimento dell’elemento comune, di memoria cubista o dadaista, ed è esploso in una vasta serie di pratiche che possono essere definite artistiche solo in base al contesto in cui appaiono.
Le tecniche artistiche si sono progressivamente arricchite dell’utilizzo delle tecnologie moderne, quali le immagini digitali, video, suono, nuovi materiali…
Anche il linguaggio dell’arte ha quindi guadagnato nuovi modi di comunicazione, che sono poi gli stessi che la società ha sviluppato, caratterizzati da un lessico in continuo mutamento; lessico che si muove di pari passo con la società, e che ci intriga con la sua continua spiazzante evoluzione.
Per quanto le tecniche tradizionali abbiano periodicamente momenti di rinascita, le immagini dinamiche a cui siamo sottoposti nel nostro vivere quotidiano attirano comunque maggiormente la nostra attenzione.
Data la natura mutevole della realtà del nostro secolo, e la serie ininterrotta di capovolgimenti in cui il mondo è stato trascinato dalla prima guerra mondiale in poi, era inevitabile che i processi creativi perdessero la loro forma definita e si fosse costretti a improvvisarne di nuovi, utilizzando tutto ciò che era a portata di mano.
L’artista post-arte, o al di là dell’arte, conduce la sdefinizione dell’arte a un punto tale che di essa non resta altro che l’atto della sua invenzione. Egli, quindi, non è un artista a tutti gli effetti, ma piuttosto un “impresario di spettacoli popolari”.
Quest’artista, elemento della società anch’egli, che vive le stesse identiche situazioni dello spettatore, nello stesso momento storico e che mangia persino le stesse cose, riesce ormai a raggiungere le persone soltanto con l’utilizzo dello spettacolare, e, al tentativo di innescare un processo di comprensione, ottiene in risposta la predisposizione dello spettatore ad assimilare soltanto l’univocità degli spot pubblicitari.
Giunti a questo bivio tra la banalità accessibile e l’inarrivabile genialità, diventa responsabilità del pubblico difendere la complessità narrativa dell’opera d’arte, per preservarne l’efficacia comunicativa e critica. Giunti a questo bivio, riteniamo necessario indirizzare la gente verso un mondo che conviva e dialoghi con l’arte.
“L’arte non deve mai tentare di farsi popolare. Il pubblico deve cercare di diventare artistico” O. Wilde




